I lettori immaginati

Una cosa che mi capita spesso di fare mentre leggo un determinato libro, è provare a immaginare un ipotetico, meglio immaginario, lettore: perché e dove lo leggerebbe, il modo in cui terrebbe il volume in mano, oppure il suo abbigliamento, il taglio di capelli, perfino, a volte, il suo carattere e il motivo per cui sta leggendo proprio nel luogo in cui lo sto pensando. Vorrei provare a descriverveli così i libri, attraverso le immagini di questi immaginari lettori che si formano nella mia mente durante la lettura. Non siate restii, uno di questi lettori potrebbe assomigliarvi.

P.S.: Cliccate sulla copertina che preferite, verrete accompagnati dal lettore competente in men che non si dica!

Pia Pera, Al giardino ancora non l’ho detto. 

Agnese ha deciso di comprare “Al giardino ancora non l’ho detto” dopo aver letto un articolo su Libraio.it. Che poi non era esattamente un articolo, era il primo capitolo preceduto da una breve introduzione. Le è bastato arrivare alla fine della prima frase: “Un giorno di giugno di qualche anno fa un uomo che diceva di amarmi osservò, con tono di rimprovero, che zoppicavo”.
Leggendo le pagine di questo libro si è accorta di quanta poca importanza abbia dato lei ai giardini e agli orti che ha frequentato per tutta la vita, di quanto, invece, l’immagine del giardino sia parte fondante della sua personalità, della sua anima. Come, ad esempio, l’orto del nonno in cui passava le estati. Non aveva mai ascoltato davvero quello che lui provava ad insegnarle, troppo presa ad ammirare i colori, i profumi e le consistenze di piante e sfortunati insetti. Poi c’era quello della casa in campagna, le immagini le scorrono davanti agli occhi e si sovrappongono a quelle evocate dal libro. Il filare di viti, il salice piangente a cui erano legate amache e altalene, l’enorme quercia sotto cui era disposto il tavolone di legno su cui passava le ore a leggere. E, pure, ora la sente nitidamente, la gioia inconscia che provava nel vedere i suoi genitori prendersi cura di piante, ortaggi e fiori. Ad un certo punto c’è scritto che l’editore, commentando alcuni passaggi, dice che leggerli fa sentire liberi e nuovi. È verissimo, pensa. Ora lo vede il legame indissolubile con la natura: “quando avvertiamo i profumi che solcano l’aria stiamo in realtà ascoltando senza comprenderle le conversazioni fra pianta e pianta, fra piante e insetti, fra piante e uccelli e altri animali, noi inclusi”. Chissà se non sia proprio questo il segreto della felicità.

Christelle Dabos, L’attraversaspecchi – Fidanzati dell’inverno

Virginia ha 17 anni, ama i dolci e i suoi capelli sono rossi quasi quanto il suo naso. Quando ha iniziato il libro non le è sembrato vero. Per la prima volta, la protagonista è una sfigata come lei. Una sfigata vera. Non come i soliti eroi un po’ sopra le righe che tutto sono tranne che mediocri e goffi. In più, il fatto che Ofelia sia raffreddata per quasi la totalità del libro le permette di immedesimarsi ancora di più. Più volte ha pensato “Ti sono solidale sorella, avendo la sinusite cronica so cosa vuol dire!”. Questa ormai è la quinta volta di fila che lo legge. La prima volta l’ha divorato. Cinquecento pagine in un giorno, nessuna pausa superflua, si è limitata a dar fondo al suo cassetto della golosità. Mentre è nascosta sotto la sua tenda fai da te composta da lenzuola rigorosamente di seta dentro la sua cabina armadio carica di tute, pile e felponi neri di gruppi alternativi, Ofelia le sembra un modello a cui aspirare, il simbolo della rivincita, non importa quanto tu sia impacciata, bruttina e con il naso perennemente moccoloso. Il valore vero non sta lì, sta nella scelta di rimanere fedeli a sé stessi mentre si cerca di fare il possibile per barcamenarsi in un mondo di belli, scaltri e crudeli.

Christelle Dabos, L’attraversaspecchi – La memoria di Babel

Virgilio è a metà del terzo libro dell’Attraversaspecchi e ancora non si capacita di quello che sta facendo. Il primo l’ha rubato a sua sorella Virginia per farle uno scherzo e sempre per scherzo ha iniziato la lettura, l’ha finito in due settimane. È il suo record, negli ultimi due anni ha letto solo una raccolta di poesie strampalata di una tipa conosciuta a una festa universitaria: 25 haiku manoscritti su altrettante pagine rilegate a mano con ago e filo; non è neanche sicuro che conti come libro.
Il secondo lo ha ascoltato mentre si allenava in palestra, muovendo ogni tanto la testa a ritmo per non destare sospetti. Si è, infine, comprato un e-reader solo per leggere il terzo e il quarto – non riesce a figurarsi neppure un finale improbabile –, poi lo formatterà e lo regalerà alla sorella per Natale, la carta è roba da vecchi.
La sua mente è piena di domande e la sua attesa carica di aspettative, legge con la stessa avidità con cui, quando arriva a una festa, per farsi valere (e per fare prima) si scola due Sbagliati in contemporanea. Riesce a vedere il pezzo di mondo chiamato Babel galleggiare fra nuvole bianchissime, che contrastano con i colori della vegetazione tropicale intrecciata agli edifici eretti da mani umane e costellati di persone con vestiti colorati e automi che risplendono alla luce del sole.
Come Ofelia, anche lui sente che la direzione è quella giusta, bisogna solo continuare a seguirla, a costo di cambiare modi, aspetto e idioma, ma senza dimenticare di restare fedeli a sé stessi. Questa lezione gli appare davanti agli occhi sostituendo lo scorcio della città, ma lui non è sicuro di volerla cogliere.

Tenebre e ossa, Assedio e tempesta, Rovina e ascesa, Leigh Bardugo

Li ha letti tutti e tre insieme. Ha 40 anni, è mamma di una figlia che si rifiuta di leggere pure i cartoni del latte, a suo dire. Ha comprato la trilogia completa nella speranza di un qualche slancio letterario della figlia. Invece li legge lei, durante una di quelle fughe in montagna che si ritaglia con il marito, quando Maria dorme dagli zii. Ha pianto, ha sofferto, si è estasiata per le descrizioni dei vestiti, dei palazzi e per il coraggio di quei ragazzini. Si è sentita anche lei, di nuovo, adolescente e insicura, e si è ricordata di quanto fossero importati per lei quelle storie.

Carlo Mazza Galanti, Cosa pensavi di fare?

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37 anni. Donna. Nel suo appartamento arredato con pezzi di design accostati a mobili Ikea, passa le sue giornate divisa fra il lavoro da redattrice di CE – ci tiene a far sapere che non lavora per l’online – e la sua relazione moderna ma non troppo. È soddisfatta del suo lavoro e ha comprato quel libro perché l’ha visto da quell’influencer che le piace tanto. Lo sta leggendo sulla sdraio, in tinta con il colore delle piante sul balcone, mentre si fuma una sigaretta. Sorride, ma prova un po’ di sconforto, alcuni stralci sembrano parlare di lei.

Donatella di Pietrantonio, L’Arminuta

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Giorgia. Figlia. 29 anni. Ha pianto da figlia mentre leggeva la frase: “Oggi davvero ignoro che luogo sia una madre”. Ha pianto di nuovo quando si è resa conto che non solo sa che luogo sia una madre, ma sa anche quale luogo fosse la sua di madre: uno scoglio. Ferma, certa. Lei si sente il mare: mobile e inaffidabile. Legge seduta sul lato del divano che si appoggia al muro, costruisce un altro schienale con i cuscini, il tempo di finire la disposizione e il cane le si accoccola accanto. Aspettano insieme il suo compagno, torna dal lavoro più tardi oggi.

Scopri di più sul taccuino di Silvia!

Donatella di Pietrantonio, Borgo Sud

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Anastasia. Professoressa universitaria. Le bastano poche righe e si sente lei. È fuggita in Francia come la protagonista: dal suo matrimonio finito, forse, per lui mai iniziato sul serio, e dalla sua famiglia ingrata. Quando arriva a quel capitolo ringrazia il cielo di essere figlia unica. Non è stata data in adozione, e mai ha vissuto in povertà. Lei è un altro tipo di scarto, lo scarto dei ricchi, si dice. Di quelli che non hanno tempo. Fino ai 18 anni è rimasta in collegio. Tornava a casa cinque giorni a Natale e il mese di chiusura estiva del collegio lo trascorreva in una colonia per ricchi. Ora, con i suoi 50 anni e quella piega da 80€, si sente tremendamente solidale a quella donna a cui la vita ha remato sempre contro, ma non riesce davvero a provare pena per Adriana, rimasta rimasta intrappolata in un mondo non degno di lei.

Mattia Labadessa, Mezza fetta di limone

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Ernesto ha 20 anni e studia filosofia. Labadessa l’ha conosciuto perché per un periodo la sua migliore amica gli ha intasato i DM con sondaggi improbabili. “Preferiresti vivere senza il mellino del piede destro o sinistro?” Sbuffa, ma sta già chiudendo Il capitale di Marx. Il destro, perché di piedi è sempre stato mancino, decreta infine. Risponde a tutti i sondaggi, sbuffa di nuovo quando la serie di domande senza capo né coda viene interrotta per dare un’informazione importante: è uscito il nuovo libro. Non resiste, lo compra, ovviamente su Amazon. Il pomeriggio seguente si accende una canna e apre il libro. Arrivato a circa metà, inizia chiedersi se, a volte, la leggerezza non sia più incisiva della profondità.

Gill Hornby, Miss Austen

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37 anni. Non ha mai letto un libro di Neri Pozza. Lavora come impiegata in un’azienda di informatica. Legge, principalmente durante i lunghi tragitti in treno, libri che non creano un’eccessiva suspense. Ama quelli di Jane Austen, in pratica ne legge solo di suoi durante le quotidiane traversate della città.
Le descrizioni minuziose di quelle che agli occhi moderni paiono delle inezie da aristocratici viziati, e che per loro invece sembrano essere tutto, la confortano. Questo l’ha comprato al distributore di libri mezzo scassato che giace nel sottopasso della stazione. Mentre ci passava davanti, ha avuto l’impressione che la ragazza con la veste bianca, stampata sulla copertina del libro al centro della macchinetta, si girasse a guardarla, distratta dalla sua lettera dal rumore poco educato che le décolleté rosa pastello appena comprate producevano a contatto col pavimento.
Cullata dalla vibrazione costante del passante, Giovanna apre incuriosita il libro, convinta che la Austen protagonista sia un’altra.

Murakami Haruki, L’assassinio del commendatore.

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Uomo. 29 anni. I riccioli biondi escono dal cappellino con la visiera, di un verde militare ancora più sbiadito di quello della maglietta che porta sopra a dei pantaloncini coi tasconi color kaki. Lo legge sull’e-reader perché sta viaggiando per il Giappone zaino in spalla. Ora è al quinto piano sottoterra di una di quelle stazioni visionarie che sicuramente ci saranno lì. C’erano delle panchine libere, ma lui si è seduto sul cornicione delle scale mobili, il caffè lo ha preso da un’ambulante gentilissima che glielo porgeva all’inizio della risalita, non ha neanche avuto bisogno di mettere in pausa Reflection di Vikingur Ólafsson. Ha davanti a sé quattro ore prima del prossimo treno che lo porterà nella zona montana.

Murakami Haruki, Prima persona singolare

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67 anni, barba bianca, pipa in bocca. Ama Camilleri e i gialli di Biondillo. Come ogni giovedì mattina, è davanti allo scaffale novità della libreria di paese, la commessa lo conosce ormai, lo osserva borbottare sulla quantità di saghe familiari di cui non importa niente a nessuno e a proposito di alcune copertine che, a suo dire, sembrano i cartelloni di film soft-porn anni ’80. Sa che alla fine le chiederà se è già uscito il libro di Vitali; ne esce sempre uno per l’estate. Quel giorno, invece, sarà per la scimmia stampata sulla copertina, per il titolo o perché per una volta il famoso Murakami ha scritto un libro corto, decide di portarselo a casa. La commessa lo guarda sorpresa, un po’ divertita da quello che considera sicuramente il colpo di testa di un vecchio. Lui se ne imbarazza un po’, ma ormai ha fatto la sua scelta. Risoluto, se ne va al bar in piazza a fare una colazione che sarebbe stata, per la prima volta in vent’anni, un po’ diversa dal solito: succo d’arancia, cappuccino, brioches e un buon giallo libro di Murakami.

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